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San Silviano, divinità latina o Santo Vu’ Cumprà?

Nota storica. Nella prima metà del V secolo i Vandali, sotto la guida di Genserico, erano passati dalla Spagna sulle coste nord-africane. A Cartagine avevano posto la capitale (439) del loro regno. I Vandali da circa un secolo si erano convertiti all’arianesimo ed erano fanaticamente avversi al cattolicesimo ortodosso, da tempo diffuso tra le comunità cristiane della costa africana. A Cartagine, dunque, i cattolici fedeli a Roma erano oggetto di persecuzione da parte di Genserico. Una delle famiglie cartaginesi più illustri era quella di Silviano. Questi, rifiutatosi, insieme al padre Eleuterio, alla madre Silvia ed alla sorella Rufina, di abbracciare l’arianesimo, fu imprigionato. Ma, per evitare possibili insurrezioni popolari che il loro martirio avrebbe potuto provocare, furono messi in una malandata imbarcazione ed abbandonati alla deriva delle correnti marine. La barca, dopo un viaggio fortunoso, approdò sulle spiagge di Terracina e la famiglia di profughi Africani trovò rifugio in fondo alla Valle tra alcuni resti romani in rovina. Era l’anno 443. La vita esemplare della famiglia e la loro devozione religiosa suscitarono tra la gente del luogo simpatia ed ammirazione. A tal punto che, essendo morto a Terracina il Vescovo Giovanni, Il popolo (a quel tempo era la comunità dei fedeli a nominare il proprio vescovo) elesse Silviano Vescovo. Purtroppo Silviano morì di lì a poco e al suo posto diventò vescovo il padre Eleuterio. Questi ebbe maggior fortuna e visse fino ad età molto avanzata. Certamente gli arrivò anche l’eco del Sacco di Roma ad opera di Genserico (455).
Sul luogo che era servito da rifugio alla famiglia di profughi venne eretta la chiesa dedicata al SS. Salvatore. In essa furono sepolti i due vescovi ritenuti santi. Verso l’anno mille divenne sede di un cenobio mentre la chiesa prese il nome di San Silviano. I corpi dei santi furono traslati nella Cattedrale di Terracina. Qui si trovano infatti ai lati dell’altare maggiore i due altari a loro dedicati, come riportano i graffiti incisi su lastre marmoree.
Così come è avvenuto per altre feste pagane di origine pre-cristiana, anche in questo caso si sono avanzate ipotesi (Longo ed altri) di un processo di assimilazione di culti radicati sul territorio di cui esistono almeno due testimonianze archeologiche: 1) Il santuario rupestre presso la villa di Cneo Ottavio alla “Fossata” (I sec d.C.). 2) Il santuario rupestre a Campolungo (III – II sec. A.C.) che, seppure con qualche dubbio, potrebbe anch’esso attribuirsi a Silvanus (cfr. P. Longo, 2000).
Il Santuario rupestre della “Fossata” Presenta: un bacino lustrale, nicchia per la statuetta del dio ed altare con dedica a Silvanus (CIL 6308) (foto da Forma Italiae, G. Lugli)
Santuario rupestre in località “Campolungo”. Disegno (particolare) tratto dalla raccolta di 36 tavole di P. Pernarella: Urbs Tarracinae, 2000.
Il Martirologio romano assegna alla festa di San Silviano il giorno 10 Febbraio, mentre, ora la festa popolare si celebra il 1° Maggio. Le notizie sulla vita del Santo non sembrano giustificare la sua elezione a patrono dei campi e dei vigneti della Valle. E, tuttavia, la posizione del luogo di culto (legato alla primitiva dimora del Santo e della sua famiglia, al cenobio ed alla chiesa posta in fondo al terreno agricolo più fertile di Terracina) e l’assonanza del nome con la divinità romana di Silvanus, dio dei campi e dei confini agricoli, avrebbero provocato la contaminazione del culto. In effetti la celebrazione religiosa presenta non pochi aspetti pagani, specialmente nella festa che accompagna la processione e segue la messa solenne. Non sappiamo quando la data dei festeggiamenti venne spostata al 1° Maggio, così da coincidere con la Festa del Lavoro ed alla gita fuori porta della tradizione laica. Sta di fatto che il 1° Maggio è per i Terracinesi soprattutto la festa di San Silviano. Allo spuntar del sole la processione, con la statua del Santo portato a spalla dai fedeli, parte dalla Cattedrale, seguita da una folla carica di provviste e di numerosi …. fiaschi di vino. Il passo della processione era spedito, a tratti quasi di corsa, le soste per il cambio dei portatori rapido: giusto il tempo per qualche sorso al fiasco ristoratore. Inutile dire che ora il trasporto viene effettuato con un camion non appena si giunge a Piazza 4 Lanpioni. Dopo la messa solenne nella chiesa campestre, la processione si ricompone per ripercorrere alcune strade tra i vigneti ed impartire la benedizione ai campi. La statua viene sollevata ad ogni incrocio per quattro volte in direzione dei quattro punti cardinali tra le grida di: “Evviva San Silvane!”. Al ritorno inizia la festa campestre con tavolate apparecchiate sull’erba, tra “fraschette” improvvisate che offrivano trippetta e giungata. Naturalmente il pranzo recato da casa presenta, ancor oggi, tutta una serie di “portate di lusso”, oltre alle immancabili uova sode e a qualche tortolo sopravvissuto alla Pasquetta. Inutile poi parlare del vino che scorre abbondante ed è oggetto di confronti, assaggi, commenti tra i diversi produttori. La festa, tra balli e giuochi popolari, continua fino al tardo pomeriggio quando si riprende la via del ritorno, ora in auto, ma una volta rigorosamente a piedi o, tutto al più, in carretto: L’asino, o il cavallo, la strada, almeno loro, la riconoscevano. Sarà stata la saggezza preventiva (o forse l’esperienza ?) a consigliare di non fare processioni al ritorno: la statua del Santo resta nella chiesa di campagna e solo la settimana successiva farà ritorno in Cattedrale, magari con una sosta presso la chiesa della Madonna delle Grazie. Durante la festa nascevano amicizie e si facevano affari, anche tra paesani e gente che veniva dai paesi della vicina Ciociaria. In particolare da Supino. Anche lì c’era una festa campestre ed un Santo, Cataldo (Catalle, per gli amici) che ricorre il 10 Maggio. Quale migliore occasione per scambiarsi inviti e promesse di continuare la festa (e le bevute). Tra i devoti di San Silviano e quelli di San Cataldo nacque una sorta di gemellaggio mistico-profano che accomunava i due santi (contro ogni storica realtà, assicuravano che erano fratelli!) non solo nelle preghiere, ma, ahimè, anche…. nelle bestemmie.
Non so quanto faccia parte della leggenda metropolitana quella storia che mi fu raccontata come certa quando ero ancora bambino io. Pare che una volta, durante la benedizione dei vigneti, tra un’alzata e l’altra della statua del Santo si scatenò una terribile grandinata. A quel punto i contadini, passarono dagli evviva alle bestemmie, rovesciarono la statua in un fosso e corsero nelle loro vigne a costatare i danni della grandinata. Qualcuno aggiungeva che alla statua si ruppe un braccio e che l’arciprete durò fatica di giorni per convincere un numero adeguato di fedeli al recupero della statua.

Prof. Emilio Selvaggi

da: gioveanxur.it

 



pdf Stampa  Autore : ascom
 Pubblicato : Giovedì, 24 Maggio 2007 - 11:59
 Ultima modifica : Mercoledì, 30 Aprile 2008 - 23:52
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